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S’è corso un grosso rischio, quando nella seconda metà del 1900 si stava per diventare una seconda periferia di Milano, sotto il profilo del gusto. Il rischio era la banalità, l’omogeneizzazione, l’appiattimento, la rinuncia alle proprie origini e tradizioni.
Ma per fortuna ha vinto il forte carattere dei Varesotti e prima timidamente, poi con autorevole consapevolezza, si è saputo ricuperare e riproporre la gastronomia del territorio. Che è basata soprattutto sull’abilità nelle preparazioni, perché di materie prime locali c’è una certa penuria. C’è tutto, attorno a Varese, però l’agricoltura e l’allevamento hanno un’importanza marginale.
Le proposte dei ristoranti sono quindi molto variegate e vanno dal pesce di mare al capretto e all’agnello di montagna, dal riso alla selvaggina, dal lavarello agli asparagi di Cantello, dai formaggi locali (pochi, ma ottimi quelli della Vacuvia) ai rotolini di pesce.
E poi, la classica cucina lombarda. Piatti tradizionali, sovente rivisitati ed “alleggeriti” dai grassi per adeguarli al gusto dei nuovi golosi.
Per il bere, vinerie enoteche birrerie e bar propongono il meglio del mercato mondiale.
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